RELAZIONE DELLA
N.E.P.P. S.n.c di Parrino & Poidomani
CONVEGNO
“LE PIETRE NEI CENTRI STORICI”
Rende(CS) – Lattarico(CS)
21–22 giugno 2002
RELATORE: ING. S. DIMARTINO (TECNICO DELLA N.E.P.P.
S.n.c.)
TEMA DI INTERVENTO
AL CONVEGNO:
TEORIA E SOLUZIONI PER IL RESTAURO DEI LAPIDEI NEI CENTRI STORICI
Le teorie e le tecniche per il restauro dei lapidei
in degrado sono state applicate senza seguire una regola ben precisa,
infatti, sono stati eseguiti lavori di pulitura delle superfici
di lapidei in degrado per la presenza di licheni, alghe e smog con
attrezzi abrasivi, con idropulitrici ad alta pressione e con idrosabbiatrici,
sono stati eseguiti lavori di stuccatura di giunture tra i conci
e di integrazioni con malta di sabbia e cemento grigio, con sabbia
e calce idraulica, con sabbia e calce e con sabbia e grassello di
calce; queste malte dovranno essere opportunamente additivate ed
integrate con inerti specifici per evitare le fessurazioni e le
micro lesioni, invece la malta di sabbia e cemento grigio deve essere
bandita, perché oltre alle fessurazioni molto accentuate
crea carbonatazione.
Sono stati eseguiti lavori di consolidamento di lapidei in degrado,
con resine epossidiche e con resine acriliche, alterandone la struttura
fisica, il colore e la traspirazione.
La pulitura dei lapidei eseguita con getti in pressione di acqua,
sabbia, polvere di alluminio è da considerarsi invasiva,
perché danneggia in modo irreversibile la patina superficiale
del lapideo, quindi la pulitura deve consistere in una serie di
operazioni atte a rimuovere sostanze estranee, patogene e generatrici
di degrado, con metodi fisici e chimici, da impiegare con graduale
intensità, previa esecuzione di tasselli di prova per stabilire
l’intensità di azione ottimale, e comunque si deve
solamente raggiungere lo scopo di eliminare le patologie che generano
ulteriori degradi, senza preoccuparsi di migliorare l’aspetto
estetico e cromatico del lapideo, quindi si potrà usare un
disincrostante a largo spettro che abbia proprietà ossidanti,
detergenti, fungicida, antialghe, antismog e antimuffa, e non deve
formare alcuna patina sulla superficie trattata, e non deve alterare
la struttura fisica, il colore e la traspirazione, e dopo lavare
con acqua trattata con sostanze deionizzanti e spazzola di saggina.
La conservazione dei lapidei all’aperto ha sempre suscitato
pareri diversi, alcuni, giustamente difendono le patine dei lapidei
che si sono formate nel trascorrere dei secoli, che devono essere
considerate come una somma di strati archeologici e spesso evidenziano
pigmenti o dorature che erano impiegati dal Medioevo al Rinascimento,
e che si evidenziano dagli esami condotti col microscopio elettronico;
altri invece, erroneamente, attuano l’asportazione della patina
per consentire un migliore assorbimento dei prodotti protettivi
e nello stesso tempo fare apparire la superficie più bianca
, più pulita e addirittura come nuova, provocando così
una grave alterazione ai valori storici.
Un intervento volto a proteggere una superficie mediante un trattamento
con un film protettivo, secondo la prassi oggi invalsa dovrebbe
essere preceduto da una pulitura radicale e quindi dall’asportazione
delle patine suddette: ma mentre forse è provata la nocività
della patina da idrocarburi, non è dimostrata la nocività
della patina da combustibili tradizionali e della patina carbonatica
che potrebbe anche essere ritenuta protettiva: con l’intervento
si rimuove anche quest’ultima, che propiziava una trasformazione
lenta della superficie, sosti-tuendola con un film di sostanze generalmente
organiche che subiscono una trasformazione molto meno lenta. In
questo caso quindi si impone un’accelerazione alla trasformazione
preesistente nelle zone a patina naturale, dato che non la si è
convertita in una trasformazione più lenta.
Un intervento di integrazione di lapidei ammalorati in parte, è
accettabile se è limitato a piccole entità e deve
essere integrato in termini non imitativo, ma neanche discordante
dal contesto preesistente; con questo orientamento e con questi
limiti l’integrazione di piccole parti è lecita, purché
sia riconoscibile, quindi evitare ingiustificati tentativi d’imitazione
o di ef-fetti di finto antico, di rinnovamento, di abbellimento,
di qualsiasi forma di riconduzione al nuovo, di ripristino o di
presunta ricerca dello stato originale dell’opera.
Bisogna rispettare il principio della reversibilità degli
interventi, in questa ottica è meglio aggiungere che rimuovere,
perché le aggiunte sono rimovibili, le rimozioni sono irreversibili,
quindi gli interventi per il restauro conservativo devono essere
reversibili ed il meno possibile invasivi.
Dopo che sia stata conclusa la fase accertativa del restauro, siano
stati accertati i fattori determinanti e si sia pervenuti ad una
diagnosi certa, bisogna scegliere l’intervento più
adatto, e cioè bisogna scegliere quello che richiede la minima
quantità di interventi invasivi, distruttivi ed irreversibili.
I lapidei impiegati per la costruzione di edifici e monumenti nei
centri storici sono stati estratti nelle cave di prestito e quindi
trasportati in un ambiente nuovo, profondamente diverso da quello
in cui si sono formati e sono a lungo rimasti, sia per la presenza
dei componenti dell’atmosfera, con i quali vengono a diretto
contatto, sia per le condizioni di temperatura e pressione.
Conseguenza necessaria, di questo passaggio ad un ambiente nuovo
è una serie di trasformazioni che si manifestano nei minerali
costituenti i detti lapidei, i quali, ordinariamente in condizioni
di equilibrio con l’ambiente in cui si sono generati, non
si trovano più, almeno per la massima parte, in equilibrio
con le nuove condizioni e devono mettersi più o meno rapidamente
in accordo con esse.
Un’altra causa di degrado dei lapidei sono le acque d’infiltrazione
cariche di CO2, le quali esercitano la loro forza solvente lungo
le lesioni dei conci e lungo le giunture tra i conci con stuccature
insufficiente, ove esse penetrano e circolano, creando, inoltre,
un campo fertile alle alghe ed ai licheni, per cui le stuccature
delle lesioni e delle giunture tra i conci non devono presentare
fessurazioni e micro lesioni.
I fenomeni di dilatazione causati dal calore solare possono di per
sé esercitare una notevole azione disgregante sulla superficie
dei lapidei esposta ai raggi del sole.
Si aggiunga che, la grande secchezza dell’aria, gli sbalzi
di temperatura al sorgere e al tramontare del sole generano sulla
superficie dei lapidei il distacco di schegge e frammenti, e in
generale i singoli granuli cristallini dilatandosi diversamente
nelle differenti direzioni, lentamente la coesione è vinta
e si ha una disgregazione meccanica che separa grano da grano, riducendosi
allo stato di sabbia.
Una corrasione meccanica di maggiore portata è quella esercitata
dalle parti solide sospese nell’aria , polvere e pulviscolo,
trasportati dal vento, questo fenomeno è molto accentuato
lungo i litorali marini.
I lapidei esposti a tale azione vengono levigati, come per una fina
smerigliatura; le parti più resistenti finiscono per riuscire
sporgenti, mentre alle parti di minor durezza corrispondono degli
incavi, formando così una caratteristica cesellatura della
superficie.
L’azione meccanica disgregante sulla superficie dei lapidei
del gelo e disgelo è una conseguenza della dilatazione che
subisce l’acqua passando dallo stato liquido allo stato solido:
un volume d’acqua congelando dà 1.09 volume di ghiaccio
a 0° C., per cui l’azione del gelo sopra una pietra porosa
inzuppata d’acqua, mediante la dilatazione inerente alla congelazione,
genera un allargamento dei meati tra i granuli minerali costituenti
la pietra, con grave danno della coesione.
Con il ripetersi quotidiano del gelo e disgelo, l’azione meccanica
disgregante si moltiplica, permettendo più facilmente all’acqua
esterna di penetrare in nuovi strati sempre più profondi;
la pietra, divenuta friabile, si sgretola alla superficie, così
che basta una piccola azione meccanica per staccarne le particelle
smosse, ed il degrado aumenta via via che gli strati esterni sono
rimossi.
I danni del gelo e disgelo sono molto maggiori nelle pietre molto
porose, mentre sono minori in quelle compatte, ma non esiste pietra
che non abbia una certa porosità, e possa essere esente dai
danni del gelo e disgelo.
Il degrado che genera sui lapidei questo agente meteorico è
più grave nei paesi a clima umido, con ripetute alternanze
di aumenti e abbassamenti di temperatura.
Questo degrado di minuto sgretolamento, che porta all’arrotondamento
di spigoli e di vertici, e all’incavo di parti meno resistenti,
in modo analogo a quello prodotto dalla corrasione eolica, si ripete
in grande, col distacco di grosse schegge, da lapidei ricchi di
sottili screpolature, di lesioni e di giunture tra i conci prive
di stuccatura.
INTERVENTI
Stuccatura delle screpolature, delle lesioni e delle giunture tra
i conci, con stucco composto di sabbia, ottenuta dalla macinazione
della pietra non utilizzabile, avente le stesse caratteristiche
di quella esistente, polisilicato di litio o silicato di potassio
atomizzato, additivo per dare plasticità e resistenza all’impasto,
fibra di p.v.c. per evitare le fessurazioni e le micro lesioni e
aerante per aumentarne la traspirabilità.
Trattamento delle superfici verticali ed inclinate con un prodotto
che abbia proprietà consolidante ed oleo-idrorepellente.
CARBONATAZIONE
E’ una reazione chimica naturale che si realizza nel corso
dei processi di disfacimento di alcuni silicati, in presenza di
acqua contenente anidride carbonica in soluzione.
Questo fenomeno può essere causato, anche, da stuccature,
e integrazioni parziali di conci ammalorati con malta cementizia.
La presa e l’indurimento della malta cementizia è sempre
una reazione esotermica (sviluppa calore), specialmente se il cemento
in origine è ricco di C3A (alluminato tricalcico (CaO3)3Al2
O3), in tal caso lo scambio di calore avviene con difficoltà
e si verificano delle tensioni interne con formazione di fessurazioni.
Le piccole quantità di Ca e di Mg nel cemento si idratano
provocando dilatazioni e quindi diminuzione della resistenza meccanica
con formazione di fessurazioni, le quali in sinergia con altri fenomeni
provocano l’ascesa dell’acqua per capillarità.
In genere l’acqua ha una composizione variabile, e con i suoi
mutamenti produce il fenomeno della corrosione e carbonatazione.
I componenti a base di cemento sono basiche, quindi, resistono alle
sostanze basiche, questo equilibrio viene modificato dalla composizione
dell’acqua, perché il continuo ricambiarsi ne rinnova
l’azione aggressiva all’infinto.
Generalmente l’acqua, anche se è pura, esercita un’azione
dilavante asportando prodotti solubili (idrossido di calcio Ca(OH)2
allargando i pori; la presenza di anidride cabonica (CO2) sia allo
stato libero, che combinato, sotto forma di carbonati e bicarbonati,
forma il seguente equilibrio – Ca(HCO3)2 == CACO3 + H2O +
C02.
Questa reazione è spostata a destra in presenza di H2O e
CO2, con formazione di CaCO3, che si deposita e dà luogo
alla carbonatazione.
Questa reazione è favorita dall’alta temperatura, e
l’azione disgregatrice è dovuta alla presenza di H2O
e di CO2.
INTERVENTI
Per eliminare tutte le cause sopra esposte bisogna rimuovere tutte
le stuccature ed integrazioni eseguite con malta di cemento grigio,
trattare la superficie con diverse mani di ammoniaca in soluzione
acquosa, o con carbonato di ammonio e rifare le stuccature e le
integrazioni con malta composta di sabbia ottenuta dalla macinazione
della pietra non utilizzabile, avente le stesse caratteristiche
di quella esistente, calce, o grassello di calce,avente azione di
collante, carbonato d’ammonio, additivo per dare plasticità
e resistenza all’impasto, aerante per aumentarne la traspirabilità
e fibra di p.v.c. (cloruro di polivinile) per evitare la fessurazione
delle stuccature in ritiro, infatti i Bizantini nel 6° e 7°
secolo,come supporto negli affreschi, impiegavano una malta composta
di calce e paglia, in percentuale data.
La paglia in funzione di inerte aveva la mansione di evitare la
fessurazione del supporto in ritiro.
Se, invece, si vuole eseguire un lavoro di restauro non discordante
dal contesto preesistente, come struttura fisica, colore e traspirazione,
si dovrà impiegare uno stucco, già descritto in precedenza,
composto di sabbia, ottenuta dalla macinazione della pietra non
utilizzabile, avente le stesse caratteristiche di quella esistente,
polisilicato di litio, o silicato di potassio atomizzato, additivo
per dare plasticità e resistenza all’impasto, fibra
di p.v.c. (cloruro di polivinile) per evitare le fessurazione ed
aerante per aumentarne la traspirabilità, e poi trattare
la superficie con consolidante idrorepellente.
I NITRATI
La presenza di acido nitrico nei lapidei è causata dal ruscellamento
di acque inquinate dal guano degli uccelli.
INTERVENTI
Convogliare le acque in apposite grondaie e trattare i lapidei con
cloruro stannoso, nelle quantità stechiometriche, per ridurre
lo ione nitrato ad ossidi di azoto volatili e poi trattare la superficie
con consolidante idrorepellente.
SOLFATAZIONE
Le tracce di annerimento riscontrate nei lapidei, possono essere
distinte in un annerimento molto lento avvenuto nel corso dei secoli
durante i quali erano impiegati combustibili quali legna e carbone,
e da una successiva e sovrapposta pellicola di annerimento recente,
dovuta a depositi carboniosi provenienti dalla combustione di idrocarburi;
questi producono anidride solforosa che a contatto con l’aria
si ossida ad anidride solforica che è fortemente igroscopica
formando acido solforico,e quindi produzione di acque acide, che
produce la solfatazione, da qui la necessità di contrastare
questo importante pro-cesso che è una delle cause principali
di degrado.
I lapidei esposti a tale azione subiscono un degrado per polverizzazione,
causando l’arrotondamento di spigoli e di vertici, e scanalature
nelle parti meno resistenti; qualsiasi intervento di restauro, senza
rimuovere la causa, sarebbe inefficace.
INTERVENTI
Trattamento dei lapidei con carbonato di ammonio per la trasformazione
del solfato di calcio in solfato di ammonio,ulteriore trattamento
con idrossido di bario per trasformare il solfato di ammonio in
solfato di bario, insolubile, che è inerte, e poi trattare
la superficie con consolidante idrorepellente.
UMIDITA’ PER
RISALITA
I lapidei che sono a contatto con acqua di varia provenienza, contenente
miscela di bicarbonati vari sono soggetti ad una corrosione irreversibile,
con causa principale di degrado.
Il contenuto di acqua è percentualmente decrescente, andando
dal livello delle fondazioni verso l’alto, e si ha il massimo
della risalita, quando trattasi di materiali molto assorbenti, con
evaporazione minima, in ambienti con scarsa ventilazione ed in presenza
di aria prossima alla saturazione.
L’acqua di imbibizione proveniente dal sottosuolo è
ricca di sali disciolti, con la bassa temperatura, ne aumenta l’assorbimento
e quindi la deposizione di solfati e cloruro di sodio, che sono
la causa del degrado dei lapidei.
Per effetto di questi fenomeni si creano delle
alterazioni particolari causando una disgregazione polverulenta
superficiale, dovuta all’azione di sali molto solubili, in
particolare ad un elevato tenore di solfato di calcio, capace di
scambiare rapidamente e frequentemente il vapore d’acqua con
l’aria.
INTERVENTI
Si deve creare una barriera chimica con una serie di fori del diametro
di m/m.30 con un angolo di 15°, distanti tra loro cm.10 e con
una profondità di 2/3 dello spessore del lapideo.
I fori dovranno essere riempiti, con iniettori a bassa pressione,
di silossani in soluzione alcolica fino a completa saturazione,
a chiusura dei fori praticati, si deve iniettare un beverone composto
con la sabbia recuperata dalla perforazione e silicato di potassio
stabilizzato, e poi trattare la superficie con un consolidante idrorepellente
CORROSIONE BIOLOGICA
Il degrado dei lapidei causato dalla corrosione biologica cioè
dalla macro e microflora è in uno stadio più avanzato
dove i conci hanno perso la loro continuità, favorendo l’attecchimento
di apparati radicali, di piante investanti, il diffuso attacco di
arbusti, piante e vegetazione in genere, che con il proprio apparato
radicale determinano effetti di sconnessione, di disgregazione a
causa dell’effetto cuneo e delle reazioni acide dell’apparato
radicale; ed è anche troppo nota l’esperienza che dimostra
come le radici di una pianta a contatto con una lastra di calcare
levigata pos-sano intaccarla, disegnandovi dei solchi incavati di
dissoluzione che ne segnano tutte le più minute ramificazioni.
I molluschi e specialmente i licheni esercitano un’azione
tanto energica, da poter vivere anche sopra una superficie levigata
di un minerale silicato perfettamente sano, sulla quale lasciano
poi scolpita una traccia, evidentemente dovuta alla corrosione chimica
da essi operata.
Questi organismi, di tanto scarsa esigenza, formano in un certo
modo l’avanguardia nell’attacco mosso dal regno vegetale
contro le superfici lapidei inalterate, ed hanno perciò una
importanza considerevole.
L’azione delle radici delle piante superiori,
così come i peli radicali delle piante inferiori, oltre all’azione
di alterazione chimica, ne esercitano una, non meno efficace, di
disgregazione meccanica, insinuandosi nelle minime fessure e cavità,
che dilatano lentamente,insidiosamente, penetrando sempre più
a fondo tra grano e grano del lapideo sgretolandone la superficie.
INTERVENTI
Trattare la superficie con un disincrostante a largo spettro avente
proprietà ossidanti e detergenti, con agenti antimuffa, antialghe
e antilicheni, lavare con acqua deionizzata e spazzola di saggina,
stuccare le giunture tra i conci e le lesioni con stucco precedentemente
menzionato, e poi trattare la superficie con un consolidante idrorepellente.
Gli effetti di interventi terapeutici nel campo della medicina e
della chirurgia sono paragonabili, in certi aspetti, a quelli nel
campo del restauro dei monumenti: gli interventi medico-chirurgici
si devono ritenere di breve periodo, data la limitata durata della
vita umana ed è spesso lecito curare il sintomo e non la
causa, con farmaci che hanno effetti collaterali di una certa rilevanza,
ma questi effetti vengono annullati dalla oculata somministrazione
di questi farmaci rispettando scrupolosamente dosaggi e durata della
terapia.
Nel campo del restauro, a fronte di interventi di breve periodo
sta la durata millenaria dei monumenti, che si può ritenere
quasi infinita rispetto alla durata della vita umana, quindi si
deve curare il sintomo solamente dopo avere rimosso la causa, con
prodotti chimici op-portunamente formulati e testati, rispettando
rigorosamente le quantità, a volte anche stechiometriche,
la temperatura e l’umidità della superficie lapidea
da restaurare, cosi facendo si annullano, anche nel restauro dei
lapidei, gli effetti collaterali dei prodotti chimici impiegati.
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